giovedì 22 giugno 2017

Fotorecensioni: E. T. A. Hoffmann

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Gli elisir del diavolo di E. T. A. Hoffmann (1815-16) è un romanzo reversible come certi abiti di moda: a leggerlo la prima volta appare una cosa, a leggerlo la seconda un'altra. La prima volta domina il mistero, l'allucinazione. La seconda volta la storia diventa un giallo di cui si conosce già il finale, e il gusto consiste nel riannodare i fili. Paradossalmente, nonostante l'alone surreale che avvolge l'opera di Hoffmann, negli Elisir del diavolo quasi tutto alla fine si rivela spiegabile come una somma di equivoci, menzogne e combinazioni fortuite. La maggior parte dei fenomeni paranormali ricevono una spiegazione scientifica, perlomeno alla luce delle dottrine dell'epoca, spec. il mesmerismo; oppure si giustificano alla luce del folklore diffuso. Solo qua e là, per sbadataggine simulata, lo scrittore si diverte a seminare dettagli di cui non viene fornito nessun tipo di causa, neppure soprannaturale (p.es. la chiave con cui frate Medardo apre d'istinto la cassettina con l'elisir del diavolo, anche se lui stesso aveva nascosto altrove la "vera" chiave).

Un tema che viene evocato ma nascosto è quello del vampirismo, che balugina in alcune apparizioni o in espressioni come revenant, "bere il sangue", ferite sul collo... Ma soprattutto, sembra di trovarsi di fronte a una versione lisergica del Ritratto di Dorian Gray, tra dipinti e personaggi che sono uno il "ritratto vivente" dell'altro. Sì, perché il moltiplicarsi angosciante dei Doppelgänger ha una solida base biologica. Di più: sessuale. Di più: incestuosa, che in confronto Chinatown di Roman Polanski è robetta da ridere.

Il romanzo è disponibile in italiano nella bella edizione a cura di Luca Crescenzi, L'Orma editore, Roma 2013, pagine LXV + 310, con foto di materiale documentario e un utilissimo albero genealogico, euro 25.