sabato 1 ottobre 2016

Un eroe chiamato Caffè - cap. 2


due


Notte. Corridoi interni degli uffici di un’azienda informatica. Luci spente, a eccezione di un paio di torce elettriche.
È la prossima porta – sussurrò il primo ladro.
Okay – fece il secondo. Poi d’un tratto: – Aaah! Caffè!
Il primo si voltò di scatto.
Il secondo indicò sghignazzando la macchinetta del caffè in un angolo del corridoio.
Ma vaffa. Idiota.
Il primo ladro prese una chiave e la infilò nella serratura della porta indicata. – Tu resta qui – intimò al secondo, voltandosi a metà verso di lui.
Il suo compare stava tremando violentemente. Lui gli ringhiò: – Ragazzo, il gioco è bello se dura poco.
N-n-non s-sto s-scherzando, Ionut! M-maledizione!
Il primo ladro, Ionut, assottigliò lo sguardo nelle tenebre del corridoio. Un lieve tremore stava cominciando a pervadere anche il suo sistema nervoso; solo lieve, però.
All’improvviso, senza dire una parola, dal buio emerse Caffè il supereroe. Si lanciò addosso al secondo ladro, abbattendolo con un paio di colpi di karate: così rapidamente che quasi non si videro le sue mosse, si vide solo il ladro che crollava come un sacco sul pavimento. Poi Caffè scattò come una pantera in direzione di Ionut.
E qui ebbe lui una piccola sorpresa perché Ionut, pur tremando leggermente, si era scansato e adesso gli puntava contro una pistola. – I tuoi superpoteri vanno bene per le femminucce – sibilò, digrignando i denti. E fece fuoco.
Caffè schivò il proiettile, fiondò un tallone contro la mano di Ionut, lo disarmò, fece partire un destro.
Colpì l’aria. Mezzo secondo dopo, Ionut gli piazzò una craniata nel plesso solare. Caffè emise un gemito abbastanza percettibile, ma si riprese in fretta, mollando al ladro un uppercut che lo mandò KO.
Caffè si affrettò a legare il due malviventi. Prima di perdere del tutto i sensi, Ionut fece ancora in tempo a mormorare: – Ehi, eroe, ti hanno… degradato a… metronotte?
L’uomo mascherato non rispose. Il suo avversario era solo moderatamente muscoloso ma si era dimostrato un vero osso duro. Doveva avere una forza di volontà assolutamente straordinaria. A meno che non fosse successo qualche intoppo ai superpoteri.
Terminato di immobilizzare i due, Caffè andò di fretta nell’ufficio aperto da Ionut con il duplicato della chiave. Lì da dentro una scrivania prese un palmare che usò per avvertire, non la polizia, ma la security interna.
Esperimento riuscito – disse.
Già, non era il vero Caffè. Era una guardia giurata dell’azienda, a cui era stato messo un costume potenziato da un dispositivo elettronico a “neuro-vibrioni” progettato da quegli stessi laboratori. Intendevano produrre i Caffè in serie; lui era il prototipo. “Il mio nome è Espresso” pensò la guardia giurata, di buon umore.

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