sabato 24 settembre 2016

Un eroe chiamato Caffè - cap. 1

Questo era nato come racconto per un concorso. Se l'è cavata tutto sommato benaccio, piazzandosi tra i 30 semifinalisti su 300 testi pervenuti. Poi la sua inarrestabile ascesa ha subìto una battuta d'arresto. Quindi, a edificazione delle nuove generazioni & a beneficio dei posteri, eccolo ^__^

illustrazione: Il Magico Trio

uno

Caffè rovina il fegato a una banda di rapinatori recitava il titolone in prima pagina, con la pretesa di essere spiritoso.
Robe da matti – bofonchiò Peter mentre leggeva il giornale facendo colazione.
Come noto, i guai per i “Corpi Extra-Istituzionali per la Tutela dell’Ordine Pubblico”, volgarmente noti come supereroi, erano cominciati con l’obbligo di iscriversi presso un apposito Registro pubblico, pena la messa al bando in qualità di soggetti non monitorabili da parte delle autorità e perciò pericolosi. La registrazione comportava automaticamente il disvelamento dell’identità del “tutore extra-istituzionale dell’ordine pubblico”, né era ammissibile la preservazione di un’identità segreta per qualsivoglia motivo. Per questa ragione, e per altre ancora, molti supereroi si erano rifiutati di iscriversi ed erano ipso facto finiti nell’elenco opposto, quello dei ricercati.
Peter era tra quelli.
La causa il suo livore nei confronti di Caffè era che, trattandosi di un agente dei servizi segreti già da prima, era stato ammesso tra i supereroi legalizzati senza dover rivelare in pubblico il proprio nome. Così aveva spiegato il Governo.
Ad affibbiargli il titolo di comodo di “Caffè”, come al solito, erano stati i mass media, e da allora era diventato perentorio chiamarlo così. Il nome derivava dal fatto che indossava un costume marrone con decorazioni e accessori neri, ma soprattutto dalla peculiare caratteristica dei suoi superpoteri: Caffè infatti poteva provocare in qualunque persona, nel raggio di dieci metri, una intensa forma di parossismo nervoso. Ciò impediva, ad esempio, a un rapinatore di prendere la mira con la pistola, e l’eroe ne approfittava per disarmarlo e stenderlo. La sua velocità e forza muscolare erano quelle di uno 007 palestrato, quindi notevoli ma non supereroistiche in senso stretto. E non possedeva nessun altro tipo di doti anomale, tipo volare, lanciare raggi dagli occhi, leggere nel pensiero.
Aveva giusto il potere innervosente del caffè, alla massima potenza; e sapeva sfruttarlo al top. Poteva intervenire d’urgenza in luoghi pubblici in cui le forze standard di polizia non si azzardavano a usare le armi a causa della ressa di persone. Una dozzina o anche una ventina di malviventi cadevano come birilli prima ancora di aver finito di sacramentare per il tremolio irresistibile procuratogli dal supereroe.
Il colore del costume aveva reso Caffè un’icona delle diverse comunità “afro”: afroamericani, afrocubani, ecc., anche se non esisteva nessun indizio che l’uomo nascosto sotto la maschera fosse di pelle scura. C’era anche stato qualche tentativo di affiliarlo a varie etnie di nativi americani o popolazioni indigene delle isole del Pacifico, a causa delle decorazioni del costume che ricordavano alla lontana i tatuaggi tribali; ma, anche qui, non si aveva uno straccio di prova. In compenso, e di rimbalzo, i movimenti di destra, seppure in generale favorevoli alla tutela energica dell’ordine pubblico, erano piuttosto tiepidi nei confronti di quell’eroe dal colore perlomeno sospetto.
Tutta invidia – lo prese in giro MJ, la moglie.
Peter la fulminò con lo sguardo.
MJ non si lasciò disarmare: – O pensi che ci sia sotto un complotto?
Peter annuì gravemente, arrotolando il giornale e scagliandolo sul divano. – ’Sto Caffè non me la conta giusta. Hai notato che Tony, il superboss super-amico dei supereroi super-registrati, non lo ha ancora manco invitato a prendere un tè? Non si fida di lui.
MJ ghignò. – Metti che non lo inviti semplicemente perché non saprebbe a chi mandare la mail? Ai bei tempi non invitava neanche te, se è per questo.
Peter sbuffò.

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