lunedì 4 luglio 2016

Il domani è morto

sfondo digitale di Selkis e immagini di repertorio

"Domani muore: oggi stesso". Il congedo di Umberto Eco dalla narrativa, e dalla vita, ha il sapore amaro di un "lasciate ogni speranza". La storia è ambientata nel 1992, epoca in cui si incrociano Mani Pulite, l'uccisione di Falcone, il caso Gladio, e sta per venire alla ribalta Berlusconi. Il tutto condito con un'avvincente ipotesi alternativa sulla "vera" morte di Benito Mussolini -- ma, che questa ipotesi regga oppure no, in effetti non cambia nulla per la storia d'Italia del dopoguerra, descritta con una ferocia degna degli Scritti corsari di Pasolini. E stranamente, proprio Pasolini non è mai neppure citato nel romanzo, in compenso vi è un personaggio che farà una brutta fine per aver scoperto troppe cose.

Eco racconta la storia buia dell'Italia dal 1945 al 1992, e dopo, dall'interno di una redazione che dovrebbe produrre il numero zero di un nuovo giornale, Domani, il quale appunto non uscirà mai. I fatti relativi ai decenni di complotti dell'estrema destra in Italia, con la benedizione degli Stati Uniti, sono ormai sostanzialmente noti, a rigore non sono più un segreto. Il difficile però è mettere insieme i pezzi, e soprattutto -- come il semiologo sa fin troppo bene -- il modo stesso in cui vengono fatte le "rivelazioni" serve a renderle innocue, cioè ancora più pericolose.

Un romanzo che, diversamente da altre opere di Eco, è scritto in stile veloce, giornalistico, e che ha esercitato un particolare fascino su un lettore che si trova ad aver attraversato più o meno lo stesso curriculum del protagonista: traduttore dal tedesco, redattore, correttore di bozze, tra Saluzzo e Milano. La conclusione? "Basta solo aspettare: una volta diventato definitivamente terzo mondo, il nostro Paese sarà pienamente vivibile. . . È che Maia [la co-protagonista] mi ha restituito la pace, la fiducia in me stesso, o almeno la calma sfiducia nel mondo che mi circonda". Maia in sanscrito significa "illusione".