giovedì 9 giugno 2016

(As)saggi(ni): La Belle Époque e la bestia nera


Autore italiano tra i più controversi del Novecento, nel 1911 all'età di 30 anni Giovanni Papini pubblicò questo "saggio" (seppure contro la saggezza comune) in cui si divertiva a capovolgere i capisaldi della scienza, della morale, della filosofia e della religione, esaminando e difendendo l'opposto dei loro assunti base. Un'operazione per certi versi affine a Nietzsche, ma con differenze che lo stesso Papini mette in chiaro, soprattutto il fatto di "non annunciare nessun redentore, neppure il superuomo".

Mancavano ancora dieci anni alla sua Storia di Cristo, tornata in auge qualche anno fa quando fu pubblicamente lodata da papa Benedetto XVI, con strascico di polemiche a causa delle affermazioni antisemite contenute nel libro. Qui però ne L'altra metà Papini dà sì una stoccata agli ebrei, ma prende a manganellate tutti gli altri, per cui si mette in paro. E soprattutto il libro, pubblicato in piena Belle Époque, dovette fare l'effetto di una gara di kick boxing in una cristalleria.

In un universo -- scrive l'autore -- in cui dominano il nulla, il diverso e l'impossibile, non possiamo aggrapparci ad altro che a ignoranza, errore e pazzia, dedicandoci al non-fare, al male e all'inutile. Come se ne esce? Senza voler togliere il gusto della lettura, si può accennare al fatto che la 'soluzione' proposta da Papini è abbastanza affine a quella prospettata un trentennio dopo da Camus nel Mito di Sisifo.

Dopodiché... Papini diventò bigotto? Fino a un certo punto, se il suo ultimo saggio fu Il diavolo (1953) in cui riteneva possibile la redenzione finale perfino dell'Arcinemico.