giovedì 8 ottobre 2015

Onore alla traduttrice: Isabella C. Blum


L'abbozzo del 1842, una lettura 'in velocità' dell'opera di Darwin che consente di apprezzarne a volo d'uccello (evolutosi chissacome) le tematiche e le impostazioni. Quelli che poi sono diventati triti luoghi comuni: gli organi residuali ecc., qui hanno ancora la freschezza di una nuova rivelazione sul mondo, con la pacata soddisfazione british di uno Sherlock Holmes che scopre indizi rimasti invisibili a chiunque altro. Un altro fatto fondamentale che emerge è che Darwin, per fortuna sua, era un intellettuale dell'Ottocento, per cui inseriva le proprie ipotesi sulla selezione naturale all'interno di una visione complessiva del mondo in cui trovavano posto:

i grotteschi piccioni di allevamento,
gli animali del circo,
i cani da caccia inglesi e quelli rinselvatichiti su Cuba,
i fossili di dinosauro e i cavoli,
antropologia, etologia e psicologia,
embriologia e geologia,
dietologia, dietrologia e linguistica,
esplorazioni geografiche e rivoluzione industriale,
satira e fantascienza. . .

Tutto l'opposto del devastante approccio moderno in cui "gli scienziati stanno cercano di isolare il gene responsabile dello sviluppo del naso in Pinocchio" senza prendere in considerazione che tutto ciò funzionava solo in rapporto all'esistenza di gatti, volpi, grilli e fate in un villaggio toscano di fine XIX secolo. In termini più colti, Darwin avrebbe dovuto essere letto fin dall'inizio nell'ottica delle recenti teorie evo-devo.