lunedì 14 settembre 2015

(As)saggi(ni): Cannibali di se stessi




Capita spesso che un'opera di un autore cannibalizzi tutte le altre dello stesso autore. Già con Dante, leggere solo la Divina Commedia è fuorviante perché alcune idee decisive le ha espresse solo nel Convivio. C'è gente che di Dino Buzzati conosce a malapena Il deserto dei Tartari, e moltissimi ignorano gli straordinari Racconti di Primo Levi. Peggio con un autore come Herman Melville, il cui (postumo e tardivo) successo di Moby Dick ha praticamente azzerato tutto il resto della sua vasta produzione.

Eppure a dare a Melville una fuggevolissima gloria "eterna", in vita, fu il romanzo Typee. Che merita ancora di essere letto e meditato, e non solo per la nettissima denuncia della colonizzazione europea dei Mari del Sud. Typee è un'opera sorprendentemente colta e matura per essere frutto di un autore allora solo 27enne. Come in Moby Dick, la storia parte con l'avventura, prosegue con approfondimenti "enciclopedici" uniti ad attualizzazioni, e si conclude con l'avventura. Come in Moby Dick, si mischiano autobiografia, rielaborazioni di fonti altrui e rivisitazioni dei Grandi, da Omero in poi.

La rivelazione finale (cap. 32) è l'opposto della Pasqua di risurrezione. In Typee il pittoresco iniziale scivola progressivamente nei grandi temi dell'esistenza: il Sacro, il sesso, la morte, lasciando aperte molte domande, e in particolare una: "Perché?".